Molti credono che il gluteo maggiore abbia un azione prevalentemente propulsiva in quanto estensore dell’anca ma in realtà l’anca durante la deambulazione è già estesa in partenza e il ruolo del grande gluteo nella deambulazione e della corsa è quello prevalente di non fare cadere il busto in avanti. A darci una mano, rispetto ai cugini primati, è la strutturazione di un osso iliaco meno lungo e conseguentemente di un tronco più corto, che permette un avvicinamento del centro di gravità all’anca e la diminuzione dello svantaggio meccanico nel gioco di leva.

Introduzione

Come già introdotto in articoli precedenti, mi piace guardare all'osteopatia e alle scienze dello sport con un occhio rivolto alla storia dell'evoluzione umana che può aiutarci a contestualizzare e interpretare diverse situazioni e problematiche.
Le caratteristiche che distinguono la specie umana sono diverse ma ve ne una davvero singolare a livello anatomo-funzionale: l’andatura bipede.
Essa si sviluppò precocemente ed era già presente 10 milioni di anni fa, epoca in cui i primi ominidi si differenziarono dagli altri primati, caratterizzando la successiva evoluzione.
I motivi del bipedismo non sono del tutto chiarificati e gli scienziati hanno avanzato diverse teorie. Senza entrare nel merito possiamo però osservare che si tratta di un carattere che ha sicuramente dato dei vantaggi ma nel contempo delle limitazioni in termini biomeccanici come minor velocità e agilità e maggior difficoltà nell’arrampicarsi.

Una strategia meccanica inefficiente

Per avanzare un mammifero terrestre deve applicare al terreno una forza in direzione opposta a quella del moto e ciò si ottiene estendendo gli arti a livello delle giunture situate a metà tra il terreno e il centro di gravità del corpo. L'estensione di un arto provoca una reazione al suolo che spinge il corpo nel senso desiderato in funzione dell’angolo creatosi tra arto e suolo.
In quadrupedia il baricentro è posto in avanti rispetto agli arti…

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Attualmente non padroneggiamo ancora le conoscenze sui meccanismi regolatori del sistema nervoso, del movimento e della postura, ma gli elementi scientifici a nostra disposizione ci spingono a dubitare del modello esplicativo normalmente presentato circa le risposte di adattamento del sistema motorio ampiamente utilizzato in osteopatia e posturologia. Ridondanza e accomodamento ci spingono ad una dovuta riflessione quando in osteopatia e posturologia parliamo di normalizzazione rispetto ad un parametro di riferimento. Abbiamo visto che la ridondanza è un fenomeno naturale e sempre attivo nei sistemi biologici e che l’accomodamento è in grado di parificar e la funzione soprattutto se il deficit è avvenuto in fase di sviluppo. Vale la pena chiedersi normalizzo rispetto a cosa? Se la funzione stessa possiede intrinsecamente parametri di variabilità in corso di espressione e modificazioni di accomodamento del tutto fisiologiche.

Siamo alla ricerca di modelli in grado di spiegare in nostri interventi, ma si tratta di una strada irta di difficoltà.

Ridondanza

Le macchine progettate dall’uomo possiedono in genere dei sistemi di riserva in maniera che se uno si dovesse guastare entra in funzione il secondo in grado di sopperire alla funzione mancante e mantenere attiva la macchina stessa.
Anche uomini e animali si basano su questo principio di ridondanza che permette all’organismo di ottemperare alla funzione utilizzando strategie alternative (1).
I mammiferi per esempio possiedono organi a coppie, come polmoni, reni, ghiandole surrenali e paratiroidi che possono aiutarsi vicendevolmente. Il cervello è un esempio di ridondanza avanzato e possiede moltissimi neuroni di riserva. Inoltre è dimostrato che alcune funzioni possono essere portate a termine con modelli di connessione alternativi, tant’è che parlare di zone funzionali del cervello sembrerebbe una forzatura, come ben spiegato dal neuroscienziato Lieberman (2) e come dimostrato ad arte, ormai da oltre ottant’anni, dal più grande neurofisiologo del movimento del secolo scorso, il russo Bernstein (3).
La ridondanza sorprendentemente è presente anche a livello dei geni e la disattivazione di un gene nel topo non ha avuto la ipotizzata modifica del fenotipo nella formazione dello schema corporeo (4).

Accomodamento

A ciò occorre aggiungere che un’altra caratteristica basilare del vivente è l’accomodamento, inteso come…

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Quali test normalmente utilizzati per valutare la cuffia dei rotatori hanno rilevanza clinica per ipotizzare una sofferenza degenerativa muscolo-tendina ? Uno studio recente chiarisce la questione.

I test normalmente utilizzati per verificare una sofferenza dei muscoli che compongono la cuffia dei rotatori quale presupposto di problematiche degenerative hanno sufficiente rilevanza clinica?

Questo studio del 2014 approfondisce la questione e giunge alle seguenti conclusioni:

☑️ Jobe e full-can test sono rilevanti per la sofferenza del sovraspinato, con criterio di risposta debolezza
☑️ resisted lateral rotation è rilevante per la sofferenza del sottospinato con, criterio di risposta debolezza
☑️ lift-off test è rilevante per il sottoscapolare con criterio di risposta ritardo e rallentamento motorio
☑️ Yergason è rilevante per la tendinopatia del capo lungo del bicipite con criterio di risposta dolore

Su 11 test utilizzati nello studio questi 5 si sono rivelati rilevanti per prevedere una problematica degenerativa della cuffia dei rotatori.

Possiamo quindi considerare questi test utili in fase anamnestica per un eventuale rinvio a visita specialistica medico ortopedica.

A voi la lettura dell'articolo nei particolari
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1877065714016509

Fabio Perissinotti D.O.

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Visto il modello neurofisiologico sopra esposto e la fisiologica tendenza alla sottocorticalizzazione del movimento che offre numerosi vantaggi in termini metabolici, coordinativi e adattativi ambientali, possiamo porci le domande: Ha senso eseguire degli esercizi per la presa di coscienza corporea? Ha senso osservare coscientemente i propri movimenti, porre attenzione sulle sensazioni percepite e dirigere coscientemente il movimento? Siamo sicuri che allenare un individuo a verificare coscientemente i suoi appoggi a terra e il suo modo di eseguire quel movimenti, sia grazie di miglioramento della postura e di prevenzione di futuri infortuni?

Funziona ma la teoria forse non regge

A partire dagli anni ’70 del secolo scorso sono state sviluppate diverse forme di ginnastica che pur differenziandosi nella forma sono unite da un denominatore comune: la presa di coscienza del movimento.
Spesso queste ginnastiche hanno trovato successo nel modo della danza e dell’arte per approdare successivamente alla pratica fitness e sportiva.
Gli obiettivi che si prefiggono, come miglioramento della postura, maggior flessibilità e fluidità del movimento e rinforzo funzionale della muscolatura, sono generalmente raggiunti, ma le basi teoriche che ne stanno alla base pongono degli interrogativi a partire dal fatto che tutte le funzioni umane, motricità compresa, tendono fisiologicamente all’automatismo, e che al limite i movimenti sono coscienti nelle prime fasi dell’apprendimento, quando la strategia motoria è ancora grezza e poco fluida.

Motricità: una funzione complessa

La motricità umana, sia a livello statico-posturale che dinamico, è una funzione assai complessa di cui conosciamo in maniera sempre più approfondita i singoli elementi anatomo-funzionali che vi concorrono, ma di fatto ancora ignoriamo come questi elementi si integrino a creare questa funzione estremamente adattabile alle variazioni ambientali e ai campi di forza.
Diversi modelli, che non approfondirò qui, sono stati proposti nel tempo, ma nessuno di loro ha la forza dell’evidenza scientifica.
Ad ogni modo appare ormai evidente, alla luce dei…

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