Una questione di curve e di equilibrio

La presenza delle curve vertebrali non può essere riferita solo all'equazione R=N(2)+1 che ne definisce la capacità di resistenza al carico assiale. Uno sguardo all'evoluzione ci permette di comprendere che le curve spinali sono legate sopratutto all'ottimizzazione della deambulazione bipede alla pari di adattamenti al bacino e al piede.

Introduzione

In altri articoli ho già sottolineato l’importanza di guardare all’evoluzione per comprendere la funzione e l’importanza di alcune caratteristiche fisiche nel contesto preventivo, riabilitativo e rieducativo. Questo intervento sarà breve ma piuttosto significativo.

È noto che la colonna vertebrale nell’uomo presenta sul piano sagittale tre curve fisiologiche, due lordosi e una cifosi. La cifosi è primaria, presente alla nascita, mentre le lordosi sono adattative ovvero si sviluppano con il mantenimento del capo (lordosi cervicale) e la postura eretta grazie alla trazione esercitata dallo psoas durante il passo (lordosi lombare).

Un’equazione non basta…

Nei testi di chinesiologia si pone normalmente enfasi al fatto che queste curve siano funzionali ad aumentare la resistenza alle forze di pressione della colonna secondo la formula:

 

R = N2+1

 

Tradotto in Resistenza uguale Numero delle curve al quadrato più 1.

Appare subito chiaro che una colonna che presenta tre curve avrà una resistenza pari a 10, mentre la mancanza di una sola curva dimezza la resistenza a 5. Si tratta sicuramente di un’indicazione corretta, ma limitata, per spiegare la presenza delle curve spinali e ricorrere all’evoluzione permette di avere una visione più ampia.

L’uomo e la scimmia: bacino, piede e colonna

In ambito evolutivo si ritiene che l’uomo si sia evoluto da antenati “scimmieschi” comuni ai cugini gorilla e scimpanzè per distaccarsi tramite progenitori detti ominini con caratteristiche di passaggio tra scimmie antropomorfe e uomo. La caratteristica saliente che ha separato l’uomo dalla scimmia è stata il bipedismo e successivi adattamenti cerebrali, motori e alimentari che ne sono derivati.
La stazione eretta e la deambulazione possono essere mantenute occasionalmente anche dalle scimmie ma in maniera goffa e ergonomicamente inefficace e dispendiosa rispetto a noi. Questo perché l’uomo ha sviluppato degli adattamenti muscolo-scheletrici che lo rendono adatto alla deambulazione bipede.

In primis l’uomo presenta un osso iliaco più corto e aperto sul piano frontale che ha trasformato i glutei da muscoli motori a muscoli stabilizzatori del bacino quando uno dei due arti non è in appoggio. Nella scimmia l’iliaco è posto invece sul piano sagittale e il ruolo del gluteo e maggiormente motorio e di spinta. L’azione di stabilizzazione del gluteo è avvantaggiata meccanicamente anche dalla tipologia del femore e dalla presenza di un collo più lungo con spostamento del braccio di leva che diviene più favorevole (Ho ben analizzato questo fatto in un articolo precedente: https://fabioperissinotti.me/2018/04/01/il-ruolo-dei-glutei-nella-deambulazione-umana/).

In secondo luogo i piedi dell’uomo sono adattati perfettamente alla deambulazione bipede. Durante il cammino il piede appoggia inizialmente sul tallone e poi, mentre il resto del piede entra a contatto con il suolo, l’arco plantare si irrigidisce in maniera che sia possibile una spinta verso avanti-alto a mezzo dell’alluce. Questo tipo di spinta è possibile grazie alla presenza dell’arco plantare con il suo gioco di muscoli e legamenti e dalle dita diritte e bene estensibili verso l’alto. Nella scimmia non è presente arco plantare e le dita sono flessibile e poco estensibili.

In ultima istanza entra in gioco proprio la colonna vertebrale che si differenzia da quella dei primati.

Una colonna a esse per l’equilibrio

La forma a esse della colonna vertebrale, garantita dalla presenza delle tre curve sagittali, permette di distribuire il carico delle masse corporee a avere il busto allineato con il bacino e quindi la proiezione del baricentro all’interno del poligono formato dal perimetro dei piedi, fatto da cui dipende la possibilità di equilibrio. La curva cifotica della scimmia invece proietta il busto in avanti, cosa ottimale nella deambulazione a quattro zampe e chiaramente non adatta alla deambulazione bipede. In pratica quando una scimmia si mette a due zampe deve lottare con un baricentro che cade in avanti, al difuori dal perimetro dei piedi, e con in bacino che tende a cadere sul lato dell’arto non in appoggio perché non sostenuto dall’azione del piccolo gluteo.

Conclusione

La presenza delle curve spinali, oltre che aumentare la resistenza ai carichi pressori, deve essere vista soprattutto in funzione della possibilità di deambulazione bipede da parte dell’uomo.
Ciò gioca un ruolo fondamentale e degno di riflessione e intervento sia in ambito rieducativo e preventivo che in campo sportivo e prestativo.

Fabio Perissinotti D.O.

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